G. K. (Gilbert Keith) Chesterton
Capitolo 19
lui aveva lottato contro molti duelli brillanti, o senza un caso corrispondente
per il suo mandolino col quale lui davvero aveva cantato una serenata al Signorina Ethel Harrogate,
la figlia estremamente convenzionale di un banchiere di Yorkshire su una festa.
Ancora lui era né un ciarlatano né un bambino,; ma un latino caldo, logico
chi piacque una certa cosa ed era esso. La sua poesia era come diritta
come chiunque l'altra prosa. Lui desiderò la fama o vino o la bellezza di donne
con un l'esser diretto torrido inconcepibile fra l'ideals nuvoloso
o compromessi nuvolosi del nord; a corse più vaghe la sua intensità
fonda di pericolo o anche il crimine. Come fuoco o il mare, lui era troppo semplice
essere avuto fiducia.
Il banchiere e sua bella figlia inglese stavano stando
all'albergo legato al ristorante di Muscari; ecco perché era
il suo ristorante di favourite. Un sguardo balenò circa la stanza
comunque, subito gli disse che la festa inglese non era discesa.
Il ristorante stava brillando, ma ancora comparatamente vuoto.
Due preti stavano parlando ad una tavola in un angolo, ma Muscari
(un cattolico ardente) non prese nessun più avviso di loro che di un paio di corvi.
Ma da un ancora più lontano posto, in parte celato dietro ad un albero di nano
dorato con arance, là la rosa ed avanzato verso il poeta una persona
di chi costume era più aggressivamente opposto a suo proprio.
Questa figura era vestito in tweed di un controllo di piebald, con una cravatta colore rosa,
un colletto acuto e stivali gialli e protuberanti. Lui escogitò,
nella vera tradizione di 'Arry a Margate, guardare subito spaventando
e luogo comune. Ma come l'apparizione Londinese disegnò più vicina,
Muscari fu sbalordito per osservare che la testa era distintamente
diverso dal corpo. Era una testa italiana: riccio, bruno e
molto vivace, quella rosa bruscamente fuori del colletto eretto
piaccia cartone e la cravatta colore rosa e comica. Infatti era una testa che lui ha conosciuto.