Mary Cholmondeley

Zuppa rossa

Mary Cholmondeley

Capitolo 33

visto nessuno più in Edifici di Museo. Rachele finalmente aveva posato il fantasma. Ma
il conflitto rimase scolpito nella sua faccia.

       *       *       *       *       *

In una certa mattina d'inverno fredda Hester scagliò attraverso la pavimentazione bagnata
dalla carrozza chiusa all'ingresso disordinato di Edifici di Museo dove
Rachele ancora visse. Era un giorno misero. Le strade ed alberi nudi
guardò come se loro fossero stati disegnati in in inchiostro, e l'intero spensieratamente
macchiò prima che era asciutto. Tutti i contorni furono confusi, confuso. Il
raffreddore penetrò alle molte ossa della città tremante.

Rachele era entrata appena, bagnato e stanco, portando con lei un rotolo di
manoscritto per essere trascritto. Una donna che l'aspetta sul senza fine
gradini di pietra avevano bestemmiato lei per prendere il pane della sua bocca.

"Lui mi assunse fino a Lei sempre venne", lei gridò, mentre scuotendo il suo pugno a
suo, "ed ora lui gli dà tutti a Lei perché Lei è più giovane e
buono-guardando."

Lei diede la donna tanto quanto lei sfidò di ricambio, il calcolo non faceva
prenda lungo, e continuò a scalare i gradini.

Qualche cosa nelle parole della creatura povera, qualche cosa vago ma repulsivo in
il suo ricordo dell'uomo che la pagò per il lavoro dal quale lei poteva
appena viva, precipiti come piombo nel cuore di Rachele. Lei guardò mutamente fuori
sulla regione selvaggia di tetti. La sofferenza del mondo stava mangiando in
la sua anima;  la sofferenza di questo travailing enorme Londra Est, dove
persone calcarono l'un l'altro in giù vivere.

"Se alcuno che uno mi aveva detto", lei disse a lei, "quando io ero ricco, che io
vissuto sulla carne e sangue delle mie individuo-creature che la mia virtù e
agio e piacere furono comprati dalla loro degradazione e lavoro faticoso ed addolorano, io
non l'avrebbe dovuto credere, ed io sarei dovuto essere adirato. Se io avessi
stato detto che i vestiti che io ho portato, il cibo che io ho mangiato, la penna con la quale io ho scritto,
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